Tratto da una articolo di Gente Viaggi.........

Continuando facciamo un salto alle.............

Grigne-Opera della natura, piccola vetta lombarda che si specchia nel Lago di Como. Il sentiero che porta al rifugio Luigi Biletta ci proietta alla quota di 1719 metri, da dove si può osservare un panorama mozzafiato.

Sotto uno dei caratteristici archi, che si può ammirare lungo il sentiero e che si estende ai piedi del "Grigna". Grignetta e Grignone sono stati la palestra per generazioni di grandi alpinisti. Sembra riscoprire un pezzo selvaggio e inesplorato dell'Himalaya sulla pianura padana.

Le pendici meridionali del Grigna si affacciano sul lago di Lecco ed è noto che dalle sue pendici sono state tratte le "ispirazioni" di Leonardo da Vinci nel dipingere la "Vergine della Rocca".

 

Il corno echeggia fra le pareti. La bandiera verde sventola al sole. Ma il Guido non è un paladino uscito dalla Chanson de Roland. E' un bizzarro oste in pantaloncini corti, che ha installato la sua rivendita a 2.200 metri in cima al Grigna. Ride felice della sua esibizione fra le cataste di lattine che si è sgobbato a spalle fin lassù. In alto splende il bel ciel di Lombardia, azzurro come don Lisander Manzoni non lo vide mai. Chissà perchè Manzoni non si ricordò delle Grigne nel primo capitolo dei Promessi Sposi, dove ebbe invece un occhio per il  Resegone. Lontane e invisibili dal paesello dei suoi disgraziati amanti, le più popolari montagne dei lombardi molti secoli prima avevano attirato invece l'attenzione del Da Vinci, che non si dimenticò dei loro calcari nella Vergine delle Rocche e in qualche disegno conservato fra i suoi preziosi codici. Eppure Manzoni era ancora vivo quando gli alpinisti milanesi effettuarono le prime incursioni su queste belle cime calcaree che si specchiano nel Lario. Addirittura nel 1881, mentre con l'Esposizione Nazionale dell'Industria ai Giardini Pubblici la nuova Milano che spiaceva a De Marchi consolidava la sua candidatura a <<capitale morale>> del nuovo Stato, la sezione di Milano del Club Alpino inaugurava il primo rifugio del gruppo delle Grigne. Da allora ,Grignetta e Grignone, come vengono comunemente denominate la cima meridionale e quella settentrionale, non hanno mai cessato di attirare escursionisti e alpinisti.Care all'Abate Stoppani, le Grigne , hanno giocato un ruolostrategico nella storia dell'alpinismo moderno. Sulle loro guglie di calcare scalatori della statura di Riccardo Cassin o di Walter Bonatti si sono preparati per risolvere gli ultimi grandi problemi delle Alpi. Benchè non raggiungano i 2.500 metri, le Grigne presentano infatti pareti alte fino a 800 metri, dove, dai <<ragni di Lecco>> ai <<Pel e Oss di monza>>, l'alpinismo operaio della brianza ha trovato in estate e in inverno un meraviglioso e accessibile terreno di  gioco.

               

Sono riconoscibilissime nelle giornate di vento per la loro duplice piramide, che svetta accanto alla gigantesca sega del Resegone, le Grigne insinuano la wilderness dell'alta montagna fra le molli ondulazioni delle prealpi. Dai loro selvaggi canaloni franosi, inquietanti come giganteschi funghi, spuntano centinaia di torri calcare. E' lì che centinaia di scalatori hanno compiuto il loro apprendistato. Il primo a cedere agli alpinisti fu il Grignone, con 2.409 metri di quota la cima più alta. Sulle Piode (lastroniprivi di appigli, ndr} biancastre di roccia friabile, scavate da doline e inghiottitoi, fin dalla metà dell'Ottocento si inerpicarono in estate e in inverno comitive di barbuti gentiluomini lombardi. Dalla vetta il
panorama è fra i più grandiosi delle Prealpi. In basso i fiordi azzurri del famoso ramo del lago di Corno si insinuano fra panettoni erbosi disseminati di paesi, mentre tutto intorno la catena dette Alpi snoda per 180 gradi le sue quinte di vette innevate. La vista è tanto memorabile che, in occasione del suo 25° anniversario, la sezione di Milano del Cai pubblicò un panorama rilevato dalle fotografie di Pio Paganini. Nel 1895 la stessa sezione costruì sulla cima un rifugio, la Capanna Grigna Vetta, poi ampliato e dedicato a Luigi Brioschi,pioniere dell'alpinismo lombardo. Anche il Brioschi, come molti rifugi della
zona in cui trovarono ricovero le squadre partigiane, fu distrutto per rappresaglia
dai nazifascisti nel 1944. Ma dopo la guerra tutti i rifugi sono stati ricostruiti e
oggi, ogni fine settimana, accolgono migliaia di appassionati che si riversano dai
centri della pianura lombarda. Gli ultimi venti anni dell'Ottocento sono dominati dalla figura di Angiulin, al secolo Angelo Locatelli di Ballabio, la prima guida del gruppo. Fu lui a condurre per creste e canaloni gli arrampicatori milanesi lanciati nell'esplorazione di
quella plaga nondum cognita miracolosamente sopravvissuta a due passi dalla città. Proprio con Angiulin Giorgio Sinigaglia aveva compiuto l'anno precedente il primo percorso del canalone sudest. Scalato poi da Carlo Porta, nipote del famoso poeta dialettale, ne reca an-
cor oggi il nome. La poderosa fenditura si apre nella montagna, contornata da
alte pareti rocciose che la fanno sembrare un ripidissimo canyon.
È una mattina di maggio. Sto risalendo il «Porta» insieme con un amico, che non
cessa di meravigliarsi che a 70 chilometri da Milano si incontrino luoghi tanto selvaggi. Verso la metà si supera un esposto sperone di calcare, la cui difficoltà non va
oltre il secondo grado. Mentre salgo, infilando la corda nei chiodi cementati, mi
torna alla mente la concitata relazione di Sinigaglia: «Siamo legati alla corda, io in
una posizione solida, ma non tanto riparata dai sassi che Locatelli prodigalmente
mi regala. Egli ha svolto tutta la corda, lunga solo dieci metri, ma non si sente
saldo; mi grida di avanzare, perchè ne ha bisogno ancora di qualche metro. Ed eccomi proprio sul cammino diretto dei
sassi, contro i quali la guida sfoga le sue ire.

Uno piuttosto grosso vuole provare la consistenza della mia testa, ma riesco a
deviarlo e mi sfiora soltanto un braccio. Raggiunto Locatelli, ci avanziamo per un
tratto quasi piano, ma ove la roccia liscia non dà presa ai chiodi; procediamo come
lucert9le, finche una spaccatura permette dicacciatViipiedi». L'ultimo grande problema delle Grigne restava la Cresta Segantini, una lunga serie di torri rocciose che venne dedicata al celebre pittore nel 1899, ancor prima di essere scalata. Inizialmente si registrano percorsi parziali e qualche discesa, fra cui quella di Giacomo Casati, che fece tutto da solo contando su 80 metri di corda. Non mancano episodi drammatici, come quello di cui si resero protagonisti due alpinisti, che, smarritisi a causa della nebbia e della pioggia, furono costretti a vagare per due giorni tra guglie e canaloni prima di trovare la strada dei Piani Resinelli. Finalmente ai primi di ottobre Eugenio Moraschini e Giuseppe Clerici, che avrebbero dato i
loro nomi a due torri della Grigna, piazzano una tenda al Colle Valsecchi. Il 9 ottobre, dopo alcune ore di arrampicata, calcano la vetta della Grignetta. Hanno scavalcato tutte le asperità della cresta, dimostrando il livello notevole raggiunto già nei primissimi anni del se-
colo dall'alpinismo senza guide. All'inizio del Novecento, salite tutte le creste principali, l'attenzione si rivolge ai singoli torrioni, che pongono maggiori problemi alpinistici. Il 15 aprile 1900 la conquista del primo dei tozzi torrioni della Grigna, il Magnaghi, segna la con-
clusione della fase esplorativa, inaugurando la nuova fase sportiva. Ma il grande momento della Grigna è stata l'età del sesto grado, il periodo fra le due guerre e gli anni Sessanta. Al vecchio alpinismo aristocratico e borghese dell'Ottocento, che vedeva la montagna come una forma di ascesi laica, succedeva l'alpinismo del popolo degli opifici. La costruzione della
carrozzabile dei Piani Resinelli negli anni Trenta rese più agevoli gli accessi, aprendo la strada all'alpinismo di massa e purtroppo alla speculazione edilizia, che ha il vergognoso monumento nel grattacielo eretto sul margine del bosco di faggi, proprio in faccia al Canalone Porta. Oggi i free climber preferiscono le durissime pareti sul lago, quelle della Corna di Medale o del manzoniano Monte di San Martino, ma le Grigne continuano a
essere affollate. Nelle domeniche di bel tempo file di escursionisti si appendono
alle catene delle ferrate e dei sentieri attrezzati. La pianura è là sotto, un lenzuolo nebbioso in cui si intravedono gli specchi dei laghi di Annone e di Pusiano. Il Guido dà nuovamente fiato al corno. «Mùchela, lassem dunnì» , protesta qualcuno. Ma il Guido non sente e ci dà
dentro mentre, spuntato chissà da dove, un aliante è comparso sopra le nostre teste. Silenzioso come un gigantesco uccello, incrocia a lungo intorno alla vetta, prima di tuffarsi verso la pozza azzurra del lago cosparsa di vele. 

      

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